Segnali dal Cav. riformista
Lo scatto riformista di Silvio Berlusconi non sarà roboante come ci si poteva aspettare, e come questo giornale chiedeva da giorni. Ma è più che apprezzabile. Il Cav. ieri ha detto d’essersi dimesso nell’autunno scorso “perché mi fu offerta la possibilità di sedermi al tavolo con l’opposizione per fare le riforme e cambiare l’architettura istituzionale”.
23 AGO 20

Lo scatto riformista di Silvio Berlusconi non sarà roboante come ci si poteva aspettare, e come questo giornale chiedeva da giorni. Ma è più che apprezzabile. Il Cav. ieri ha detto d’essersi dimesso nell’autunno scorso “perché mi fu offerta la possibilità di sedermi al tavolo con l’opposizione per fare le riforme e cambiare l’architettura istituzionale”. Tale intendimento, a maggior ragione oggi che il governo retto da Mario Monti tocca l’apice della propria impopolarità, sembra essere ancora stella polare del Popolo della libertà, fintantoché Berlusconi ne sarà garante e azionista di prima grandezza (cioè finché non deciderà di disfarsene per un altro progetto politico). Significativo è anche il discorso dell’ex premier relativo al rapporto tra il ceto politico e il bene comune: una necessità disattesa dalle piccole formazioni parlamentari – ultima, nell’ordine, la compagine del Movimento cinque stelle di Beppe Grillo – naturalmente programmate per fare l’interesse del proprio leader piuttosto che tenere d’occhio l’interesse generale.
Le malelingue diranno che Berlusconi ha così capovolto uno dei più insistiti capi d’accusa che gli sono stati rivolti nel corso della sua quasi ventennale esperienza politica: fare un uso privato di risorse pubbliche e un uso pubblico di risorse private. Ma sono appunto malelingue e sono fuori tempo massimo. Il senso della realtà mostrato dal Cav. giunge tempestivo, ed è probabilmente inscritto nel quadro di un ritorno al dialogo istituzionale largamente ispirato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ancora ieri, i media amplificavano cupamente il senso di stanchezza e rassegnazione che si sarebbe da ultimo impadronito di Monti e dei suoi principali colleghi in Consiglio dei ministri. La sensazione è confermata dagli annunci allarmistici del tiolare dello Sviluppo, Corrado Passera. Ma ha trovato anche una risposta corroborante nella lettera di Monti al Quirinale – “è dura ma ce la possiamo fare” – e nel segnale distensivo inviato in serata da Berlusconi. Ogni tentazione di rottura della maggioranza tripartita dovrebbe infrangersi su questa disposizione d’animo, che vale anche come una rotta politica strategicamente obbligata. C’è ancora tempo e modo per rinviare ogni disputa intorno al calcolo dei costi e dei benefici partitici.